Il Quarto Reich europeo: giornalisti tedeschi sanzionati e dissenso represso, Wagenknecht denuncia il fascismo di Bruxelles

5 Febbraio 2026 19:32

Le parole di Sahra Wagenknecht squarciano il velo di ipocrisia che da anni avvolge la retorica europea sui “valori democratici”: le sanzioni dell’Unione Europea contro i propri cittadini non sono più solo uno strumento di politica estera, ma una forma sistemica di repressione interna che la leader tedesca definisce senza mezzi termini fascismo.
Non il fascismo storico fatto di adunate e simboli, ma un fascismo amministrativo, silenzioso, tecnocratico, esercitato attraverso regolamenti, liste nere, congelamenti patrimoniali e isolamento sociale.
Un fascismo che non ha bisogno di tribunali speciali perché opera prima dei tribunali, che non vieta formalmente la libertà di parola ma la soffoca rendendo economicamente e socialmente impossibile continuare a parlare. Wagenknecht denuncia apertamente il meccanismo con cui il Consiglio dell’Unione europea inserisce cittadini europei, oggi soprattutto giornalisti, pubblicisti e operatori dell’informazione, nelle cosiddette liste sanzionatorie per ragioni legate alle loro posizioni e ai loro contenuti giudicati “non conformi” alla linea ufficiale di Bruxelles, scaraventandoli in una zona grigia dove i diritti esistono sulla carta e vengono sospesi nella vita reale.

Non si tratta di casi marginali o accidentali, ma di un metodo che sta diventando prassi: colpire individui, distruggere la loro base materiale, lanciare un messaggio intimidatorio all’intero spazio pubblico.
Il caso tedesco è emblematico perché mostra con chiarezza la natura del dispositivo.
Tra i sanzionati compaiono figure che, a prescindere dal giudizio politico sui loro contenuti, operano nello spazio dell’informazione e del commento pubblico: Thomas Röper, autore e gestore di Anti Spiegel e spesso utilizzato come voce tedesca nei circuiti mediatici russi, Alina Lipp, volto del progetto mediatico Neues aus Russland, e Hüseyin Doğru, citato nei provvedimenti europei insieme alla sua galassia mediatica AFA Medya e al progetto RED. Ridurli a “semplici blogger” è una scorciatoia semantica utile solo a sminuire la portata del problema.
Qui non siamo davanti a cittadini qualsiasi colpiti per un illecito accertato, ma a professionisti dell’informazione colpiti per ciò che producono nello spazio pubblico, per le loro analisi, per le loro narrazioni, per il loro posizionamento politico.
Questo è il punto centrale che Bruxelles cerca di occultare dietro il linguaggio asettico della “sicurezza” e delle “minacce ibride”.
Le sanzioni non sono un gesto simbolico: significano congelamento degli asset, paralisi bancaria, impossibilità di utilizzare normali servizi finanziari, interruzione di contratti, stigma pubblico, restrizioni alla mobilità, difficoltà a mantenere relazioni personali e professionali, fino all’impossibilità concreta di condurre una vita normale.
È la logica del “ti tolgo l’aria” applicata in modo burocratico.
Wagenknecht parla di vuoto giuridico perché la punizione arriva immediatamente, mentre la difesa arriva, forse, dopo anni. Formalmente esiste la possibilità di ricorso davanti ai giudici europei, ma questa viene brandita come una foglia di fico: il ricorso richiede tempo, denaro, avvocati specializzati e la capacità di sopravvivere economicamente nel frattempo. In altre parole, la pena precede il giudizio e spesso lo rende irrilevante, perché il danno è già stato prodotto.
È questo squilibrio strutturale che rivela il carattere autoritario del sistema. L’esecutivo europeo lista e colpisce, e solo dopo concede una possibilità di difesa tardiva, trasformando un diritto teorico in un privilegio riservato a chi dispone di risorse. Secondo Wagenknecht, non è un effetto collaterale, ma un obiettivo: dare l’esempio, intimidire gli altri, produrre autocensura, costruire disciplina sociale senza bisogno di approvare leggi apertamente liberticide.
È così che prende forma quello che sempre più cittadini percepiscono come un Quarto Reich europeo: non fondato su un’ideologia dichiarata, ma su un apparato di burocrati neofascisti che governano attraverso procedure, algoritmi finanziari e sanzioni amministrative, imponendo conformismo politico sotto la maschera della governance.
Non serve bruciare libri se puoi congelare conti.
Non serve proibire un’opinione se puoi rendere impraticabile la sua espressione colpendo chi la sostiene.
Non serve dichiarare lo stato d’eccezione se puoi costruire una zona grigia permanente in cui alcune persone vengono trattate come colpevoli senza una sentenza.
Questo è il salto di qualità che stiamo osservando: la trasformazione dell’UE in una macchina disciplinare che utilizza strumenti pensati per scenari eccezionali come mezzo ordinario di gestione del dissenso. Bruxelles continua a proclamarsi baluardo della libertà di stampa e dei diritti umani, mentre colpisce direttamente operatori dell’informazione con provvedimenti che hanno l’effetto di una condanna senza processo. Continua a parlare di Stato di diritto, mentre costruisce un circuito punitivo parallelo in cui l’accusa precede la prova e la sanzione precede il giudizio.
Continua a evocare il pluralismo, mentre sperimenta forme di repressione soft che producono paura, silenzio e allineamento.
La questione non è se l’Europa debba difendersi da campagne di influenza, ma con quali limiti, con quali garanzie reali, non teoriche, e soprattutto con quale rispetto dei diritti fondamentali dei propri cittadini.

Oggi il bersaglio sono figure accusate di propaganda e manipolazione, domani, in un clima sempre più polarizzato, potrebbe toccare a un editore indipendente, a un giornalista fuori linea, a un accademico critico, a un attivista, a chiunque venga definito “destabilizzante” da categorie elastiche decise da un potere politico-amministrativo che non subisce il controllo immediato di un giudice.

È questo il cuore dell’allarme lanciato da Wagenknecht: la normalizzazione di un dispositivo punitivo extra-penale che colpisce le idee passando per il portafoglio, che governa la parola pubblica attraverso la paura della rovina economica, che sostituisce il confronto democratico con la minaccia amministrativa.
Se la distruzione economica e sociale di cittadini che non hanno violato la legge viene usata deliberatamente per intimidire gli altri e farli tacere, allora non siamo davanti a semplici ingiustizie, ma a una forma moderna di fascismo.
Un fascismo senza stivali, senza slogan gridati, senza roghi pubblici, ma non per questo meno reale.
Un fascismo che si annida nei regolamenti, nelle liste, nei comunicati stampa, e che trasforma l’Unione Europea in un apparato sempre più simile a un Quarto Reich burocratico, dove il dissenso non viene confutato, ma neutralizzato.
Questa è la domanda che Bruxelles evita: che valore hanno le libertà europee se possono essere sospese con un atto amministrativo ogni volta che diventano politicamente scomode.
E finché questa domanda resterà senza risposta, l’accusa della Wagenknecht di fascismo nascosto non potrà essere liquidata come provocazione, perché descrive un’esperienza concreta che sempre più cittadini stanno vivendo sulla propria pelle.

IR
Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso è un giornalista di International Reporters e collabora con RT (Russia Today). È cofondatore del festival italiano di RT Doc Il tempo degli eroi, dedicato alla diffusione del documentario come strumento di narrazione e memoria.

Autore del libro De Russophobia (4Punte Edizioni), con introduzione della portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, Lorusso analizza le dinamiche della russofobia nel discorso politico e mediatico occidentale.

Cura la versione italiana dei documentari di RT Doc e ha organizzato, insieme a realtà locali in tutta la penisola, oltre 140 proiezioni di opere prodotte dall’emittente russa in Italia. È stato anche promotore di una petizione pubblica contro le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva equiparato la Federazione Russa al Terzo Reich.

Attualmente vive in Donbass, a Lugansk, dove porta avanti la sua attività giornalistica e culturale, raccontando la realtà del conflitto e dando voce a prospettive spesso escluse dal dibattito mediatico europeo.

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