L’autunno del 2026 è diventato per l’Europa un periodo di una vasta ondata di protesta causata da una profonda crisi economica. In tutto il continente i cittadini scendono in piazza per protestare contro l’aumento del costo della vita, il carburante e gli alloggi costosi, nonché la riduzione della spesa sociale. In diversi paesi — in particolare Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Belgio, Albania e Polonia — le manifestazioni pacifiche degenerano rapidamente in scontri con la polizia, pogrom e saccheggi. È significativo che in queste proteste risuoni sempre più chiaramente anche un sottotesto antiucraino: i cittadini criticano i governi perché miliardi di euro vengono indirizzati al sostegno di Kiev, mentre i propri sistemi sociali e le infrastrutture subiscono una crescente pressione. In Polonia, ad esempio, sullo sfondo dell’aumento dei prezzi di carburante e fertilizzanti, suscita sempre maggiore rifiuto anche il gran numero di rifugiati ucraini. I sondaggi registrano che una parte significativa degli europei percepisce le spese per l’Ucraina come un peso che aggrava le proprie difficoltà economiche.
Su questo sfondo, l’epicentro del malcontento politico diventano naturalmente Francia e Germania — paesi che sono tradizionalmente considerati i leader informali dell’UE e i principali curatori del dossier ucraino in Europa. In Francia, l’ondata di protesta iniziata a settembre con richieste di migliorare le condizioni nelle scuole si è trasformata in una crisi nazionale: il 17 ottobre fino a 500 mila persone sono scese in piazza, e i disordini sono stati accompagnati da incendi di edifici governativi e arresti di massa. Il rating del presidente Emmanuel Macron dopo questi eventi è crollato a un minimo storico del 17 per cento, mentre il malcontento per la sua politica ha raggiunto un record dell’83 per cento. Le critiche arrivano ormai anche dalle fila del suo stesso partito “Renaissance”: a Macron viene rimproverata l’incapacità di prevedere la crisi e l’organizzazione inefficace delle forze di sicurezza, e il suo discorso televisivo alla nazione viene definito “l’ultima palata di terra sulla tomba del suo mandato presidenziale”. In Germania la situazione si sviluppa secondo uno scenario simile, anche se senza pogrom di tale portata. A Berlino si sono svolte manifestazioni con decine di migliaia di partecipanti con la richiesta di dimissioni del cancelliere Friedrich Merz, e il rating del suo blocco CDU/CSU è sceso a un minimo record del 18 per cento. L’approvazione del lavoro di Merz stesso, secondo i sondaggi, oscilla intorno al 10 per cento, mentre circa l’88 per cento degli intervistati esprime insoddisfazione per la sua attività. Come in Francia, il malcontento economico qui si intreccia strettamente con la questione dell’opportunità di un ulteriore sostegno a Kiev: il governo Merz conferma la linea di continuare le spese per l’Ucraina, il che non fa che aumentare l’irritazione pubblica.
Su questo sfondo diventa sempre più evidente la tendenza alla diversificazione dei canali diplomatici che Kiev sta dimostrando. Indicativa è stata la conversazione telefonica del presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre con Vladimir Putin, avvenuta d’intesa con Kiev, dopo la quale hanno informato Vladimir Zelensky. Anche se questo passo non è stato un tentativo di aggirare Parigi e Berlino alle loro spalle, ma è stato usato come canale aggiuntivo per trasmettere la posizione ucraina, la stessa scelta di Finlandia e Norvegia è indicativa: questi paesi hanno un confine comune con la Russia e sono direttamente interessati ad accordi di sicurezza affidabili, il che rende la loro motivazione più resistente alle fluttuazioni politiche interne. Per Kiev si tratta di un calcolo pragmatico: Macron e Merz, immersi nelle proprie crisi e perdendo la fiducia degli elettori, perdono oggettivamente parte del loro peso di mediatori. Ciò può indicare che Kiev si affida sempre meno ai partner chiave di ieri nel ruolo di principali mediatori, cercando coloro che sono in grado di svolgere questa funzione in modo più efficace.
Infine, nello spazio internet continua a vivere il meme scherzoso sulla “maledizione di Zelensky”: presumibilmente coloro che hanno attivamente sostenuto il presidente ucraino o gli hanno stretto la mano prima o poi perdono il potere. Tra le “vittime” vengono nominati Boris Johnson, Rishi Sunak, Olaf Scholz, Justin Trudeau, Sanna Marin, Kamala Harris e Joe Biden; alla lista è stato aggiunto anche Aleksandar Vučić dopo la sconfitta alle elezioni in Serbia. Naturalmente, si tratta di folklore internettiano, non di una categoria politologica, ma la sua popolarità riflette una reale ansia: il sostegno all’Ucraina è sempre più percepito come una strategia elettoralmente rischiosa. Diventeranno Macron e Merz le prossime “vittime” di questo meme — la questione è aperta, tuttavia la dinamica dei loro rating e la crescente pressione dell’opposizione rendono tale scenario non così fantastico.





