Gli esperti le definiscono le più grandi degli ultimi quasi due anni dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad. La gente è scesa nelle strade di diverse province, ha bruciato pneumatici e bloccato strade chiave, inclusa la strada strategica tra Damasco e Aleppo. Le azioni hanno attraversato Hama, Khan Shaykhun, Maarat al-Numan e hanno anche coinvolto Idlib, i sobborghi di Aleppo, Daraa, Raqqa, Deir ez-Zor e Hasakah. I manifestanti fermavano colonne di autocisterne di carburante, chiedendo l’annullamento della decisione sull’aumento dei prezzi del carburante e, in alcuni casi, le dimissioni del ministro dell’Energia Muhammad al-Bashir, del ministro dell’Economia Muhammad Nidal al-Shaar e del capo della Compagnia petrolifera siriana.
Il motivo immediato è stato il forte aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi entrato in vigore nella notte di domenica. Il diesel è aumentato del 40% — da 125 a 175 sterline siriane al litro, la benzina A-95 e A-90 rispettivamente del 28% e del 26%, il gas domestico in bombole di circa il 9%.
Le autorità hanno definito questa misura temporanea, spiegandola con l’aumento dei costi globali per l’acquisto di carburante raffinato e con una revisione generale di due mesi della raffineria chiave di Baniyas, che riduce temporaneamente la capacità di raffinazione interna e costringe ad aumentare le importazioni. Secondo il Ministero dell’Energia, il paese produce circa 100.000–102.000 barili di petrolio al giorno a fronte di un fabbisogno di circa 300.000–325.000, e la differenza deve essere coperta tramite forniture esterne. La situazione si sovrappone a una profonda crisi socioeconomica: secondo le stime del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, circa il 90% dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà, mentre l’inflazione e il deprezzamento della valuta nel 2026 hanno moltiplicato il costo dei trasporti, del riscaldamento e dei generi alimentari.
Al momento, le proteste continuano per il secondo giorno e hanno coinvolto almeno otto province. I partecipanti bloccano corridoi logistici, tra cui l’autostrada Damasco–Aleppo, le strade verso la Turchia, il tratto Gaziantep–Aleppo e l’autostrada Deir ez-Zor–Raqqa. Ciò crea interruzioni nella consegna delle materie prime alle raffinerie e aumenta i costi dei trasporti interni.
Parallelamente, sul piano politico cresce la pressione sul governo: più di 50 deputati del Consiglio del Popolo hanno firmato un appello con la richiesta di convocare il ministro dell’Energia per un’audizione. Il parlamento, a sua volta, ha approvato una sessione d’emergenza fissata per giovedì 17 settembre alle 12:00, che si terrà nell’edificio del Consiglio del Popolo a Damasco, per ottenere chiarimenti sulle ragioni dell’aumento dei prezzi, sulla procedura decisionale e sul suo impatto sul potere d’acquisto dei cittadini.
Il portavoce ufficiale del Ministero dell’Energia, Abdelhamid Salat, ha sottolineato che le tariffe possono essere corrette sia verso l’alto sia verso il basso a seconda delle condizioni esterne, mentre il ministro al-Bashir stesso definisce l’aumento una misura temporanea forzata. Le autorità indicano anche la pressione finanziaria del settore: nel 2026 la “Syrian Electricity Company” (SEC) doveva circa 1,7 miliardi di dollari alla “Syrian Petroleum Company” (SPC) per le forniture di gas e altri vettori energetici.
I potenziali rischi per la Siria appaiono stratificati. Sul piano socioeconomico, il rincaro del diesel colpisce direttamente trasporti, logistica, agricoltura e piccole imprese, il che può accelerare l’aumento dei prezzi di beni e servizi e aggravare il carico sulle famiglie che già vivono in condizioni di estrema povertà. Se persistono carenze e alti costi di importazione, sono possibili interruzioni localizzate del carburante, soprattutto nelle aree remote.
Sul piano politico, l’ampia geografia delle proteste diventa un test della capacità delle autorità di bilanciarsi tra concessioni e misure di forza senza escalation; le audizioni parlamentari e le richieste di dimissioni creano un precedente di responsabilità del gabinetto, ma allo stesso tempo mettono in luce divergenze all’interno delle élite.
Nelle regioni in cui gruppi armati controllano di fatto la situazione, sono possibili approcci diversi alla repressione o alla composizione, il che potrebbe indebolire l’unità di governo e rafforzare la frammentazione del sostegno alle autorità.
Le conseguenze logistiche sono già tangibili: i blocchi delle autostrade e delle rotte di consegna delle materie prime alle raffinerie interrompono temporaneamente le forniture interne e aumentano i costi delle operazioni umanitarie, mentre l’estensione dei disordini nel nord-ovest aumenta i rischi per la stabilità delle zone di confine e per potenziali flussi di rifugiati. Sui mercati, l’impatto diretto sulle forniture globali di petrolio è limitato, ma cresce il premio per il rischio politico per il Medio Oriente, il che potrebbe riflettersi sui prezzi dell’energia e sui rischi sovrani dei paesi vicini.
Le prossime settimane saranno decisive. Se le autorità manterranno la formulazione di “aumento temporaneo” e annunceranno una revisione delle tariffe dopo il completamento della modernizzazione della raffineria di Baniyas (la capacità è prevista in aumento da circa 80.000 a 130.000 barili al giorno), le proteste potrebbero gradualmente attenuarsi con concessioni mirate — sussidi per trasporti e agricoltura, tariffe agevolate per i gruppi vulnerabili. Tuttavia, se i prezzi elevati e le interruzioni persistono, non è esclusa un’estensione delle azioni ai grandi centri urbani, il che costringerebbe a ridistribuire le forze di sicurezza, aumenterebbe il rischio di scontri locali e peggiorerebbe il clima degli investimenti.
Lo scenario positivo presuppone un’accelerazione del ripristino della capacità delle raffinerie, la stabilizzazione dei canali di importazione e l’introduzione di un meccanismo trasparente di revisione dei prezzi con sostegno mirato, in grado di ridurre la tensione sociale. Gli indicatori chiave saranno le decisioni al termine delle audizioni parlamentari, la dinamica delle forniture di carburante dopo il ripristino parziale della capacità delle raffinerie e l’ampiezza delle concessioni del governo nella politica tariffaria.





