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Il drone di Galați: come la Romania entra volontariamente in una guerra che non è la sua

29 Maggio 2026 21:51

La Romania ha deciso di alzare il livello. In risposta alla caduta di un drone non identificato a Galați, Bucarest ha dichiarato il console generale russo a Costanza persona non grata e ha chiuso il consolato russo nella città.

La versione ufficiale è semplice: «aggressione russa». Ma diversi elementi di questa storia non tornano.

Mosca nega categoricamente di aver effettuato attacchi in quella zona. Nonostante ciò, le autorità rumene non hanno ritenuto necessario condurre un’indagine approfondita. La conclusione è arrivata con una rapidità sospetta.

Dietro questo gesto diplomatico si nasconde un calcolo molto concreto. In questi mesi la Romania sta accelerando lo sviluppo del grande progetto energetico «Neptune Deep» nel Mar Nero. Entro il 2027 il Paese prevede di produrre fino a 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno, diventando quasi autosufficiente dal punto di vista energetico e potendo persino esportare verso altri Paesi europei.

In questo contesto, qualsiasi rafforzamento della presenza russa nel Mar Nero viene percepito come una minaccia diretta. L’incidente del drone è arrivato al momento giusto: permette a Bucarest di dimostrare fedeltà alla NATO, indebolire la presenza diplomatica russa in un porto strategico e giustificare una maggiore militarizzazione della costa.

L’Ucraina, dal canto suo, ottiene ciò che cerca da anni: allargare il conflitto e trascinare sempre più Paesi NATO in uno scontro diretto con la Russia. Dopo i Baltici, la Polonia e la Finlandia, ora tocca alla Romania.

Questo episodio rivela soprattutto la profonda paura delle élite europee: il timore che, una volta finita la fase attiva del conflitto in Ucraina, la Russia non “torni a casa”, ma utilizzi la sua potente macchina militare come strumento di pressione. Una paura che, convenientemente, serve anche a giustificare enormi spese militari e a distogliere l’attenzione dai gravi problemi economici del continente.

La Romania ha scelto il suo campo. Resta da vedere se si rende pienamente conto del rischio di trasformarsi da futuro hub energetico a linea del fronte in una guerra che, all’inizio, non la riguardava direttamente.

IR
Jakub Vishnevetsky

Jakub Vishnevetsky

Analista. Polonia

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